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dal nostro canale Youtube: Cosa dicono i Pediatri

🥛 Intolleranza o Allergia al Latte? Facciamo chiarezza
Capita spesso che un bambino non stia bene dopo aver consumato latte o latticini freschi come mozzarella e burrata. In questi casi, la prima domanda è: si tratta di intolleranza al lattosio o di allergia alle proteine del latte? Sebbene i sintomi possano sembrare simili, parliamo di due condizioni molto diverse.  🚫 Allergia: una questione di proteine
L’allergia riguarda le proteine (caseina, lattoalbumina). È una reazione del sistema immunitario che può comparire già nei primi mesi di vita.
Segnali: Possono essere gastrointestinali (vomito, diarrea, sangue nelle feci), cutanei (eczema) o respiratori (asma).
Attenzione: Anche piccolissime quantità possono scatenare una reazione, indipendentemente dal tipo di latticino.  🧪 Intolleranza: una questione di zuccheri
L'intolleranza al lattosio riguarda lo zucchero del latte. Avviene quando il sistema enzimatico (la lattasi) non riesce a "spezzettare" il lattosio, che resta indigerito nell'intestino richiamando liquidi.
Sintomi tipici: Diarrea, dolori addominali, meteorismo e crampi.
La differenza: Qui conta la quantità e il tipo di latticino. I formaggi molto stagionati o lo yogurt, avendo meno lattosio, sono spesso tollerati.  Curiosità: In Italia l'intolleranza colpisce 1 persona su 5, mentre in Cina quasi il 100%. È raro che si manifesti sotto l'anno e mezzo di vita, poiché la natura protegge il lattante garantendogli gli enzimi necessari per digerire il suo alimento principale.  Non demonizziamo i latticini: sono una parte fondamentale dell'alimentazione, ma è essenziale saper distinguere tra una reazione immunitaria e una difficoltà digestiva. Se avete dubbi, parlatene sempre con il vostro pediatra!  Questa pagina è curata da Giuseppe Varrasi e Maria Elena Lorenzetti, specialisti in Pediatria.  #dottorBeppe #iPediatri #salutebambini #pediatria #intolleranzaallattosio #allergialatte #consiglipediastrici #genitoriconsapevoli

🥛 Intolleranza o Allergia al Latte? Facciamo chiarezza
Capita spesso che un bambino non stia bene dopo aver consumato latte o latticini freschi come mozzarella e burrata. In questi casi, la prima domanda è: si tratta di intolleranza al lattosio o di allergia alle proteine del latte? Sebbene i sintomi possano sembrare simili, parliamo di due condizioni molto diverse.

🚫 Allergia: una questione di proteine
L’allergia riguarda le proteine (caseina, lattoalbumina). È una reazione del sistema immunitario che può comparire già nei primi mesi di vita.
Segnali: Possono essere gastrointestinali (vomito, diarrea, sangue nelle feci), cutanei (eczema) o respiratori (asma).
Attenzione: Anche piccolissime quantità possono scatenare una reazione, indipendentemente dal tipo di latticino.

🧪 Intolleranza: una questione di zuccheri
L'intolleranza al lattosio riguarda lo zucchero del latte. Avviene quando il sistema enzimatico (la lattasi) non riesce a "spezzettare" il lattosio, che resta indigerito nell'intestino richiamando liquidi.
Sintomi tipici: Diarrea, dolori addominali, meteorismo e crampi.
La differenza: Qui conta la quantità e il tipo di latticino. I formaggi molto stagionati o lo yogurt, avendo meno lattosio, sono spesso tollerati.

Curiosità: In Italia l'intolleranza colpisce 1 persona su 5, mentre in Cina quasi il 100%. È raro che si manifesti sotto l'anno e mezzo di vita, poiché la natura protegge il lattante garantendogli gli enzimi necessari per digerire il suo alimento principale.

Non demonizziamo i latticini: sono una parte fondamentale dell'alimentazione, ma è essenziale saper distinguere tra una reazione immunitaria e una difficoltà digestiva. Se avete dubbi, parlatene sempre con il vostro pediatra!

Questa pagina è curata da Giuseppe Varrasi e Maria Elena Lorenzetti, specialisti in Pediatria.

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Intolleranza o Allergia al Latte?

iPediatri 16/03/2026 11:34

🧐 "Dottore, ho sentito delle palline sul collo del mio bambino!"
È una delle preoccupazioni più comuni tra i genitori: state accarezzando vostro figlio e, improvvisamente, sentite dei piccoli noduli mobili sotto la pelle. La paura corre subito a malattie gravi, ma lasciate che vi spieghi perché, nella stragrande maggioranza dei casi, quelle "palline" sono in realtà un ottimo segno.  Quelle palline sono i linfonodi. Pensateli come le "caserme" del nostro sistema immunitario. Sono i luoghi dove i linfociti (i nostri soldati) vengono addestrati a riconoscere e combattere microbi, virus e allergeni.  Perché si ingrossano?
I linfonodi lavorano "su commissione". Se il bambino ha un raffreddore, un mal di gola o una banale infiammazione, i linfonodi vicini (spesso quelli del collo) aumentano di volume perché sono in piena attività produttiva. Possono restare palpabili per una o due settimane e poi ridursi gradualmente.  Quando stare tranquilli?
Se compaiono in concomitanza con un episodio infettivo (influenza, stomatite, varicella).  Se sono mobili, di consistenza elastica e tendono a ridursi nel tempo.  Se il bambino è vivace e mangia regolarmente.  Quando approfondire?
Sebbene le forme maligne siano rare, esistono dei segnali che richiedono un controllo medico più approfondito:  Febbre persistente per oltre 10-15 giorni senza causa apparente.  Stanchezza eccessiva e pallore marcato (anemizzazione).  Sanguinamenti anomali o comparsa di lividi (carenza di piastrine).  Linfonodi che continuano a crescere senza mai sgonfiarsi per molte settimane.  In assenza di questi sintomi, ricordate: i linfonodi gonfi ci dicono che il corpo di vostro figlio sta imparando a difendersi. È il sistema immunitario che fa il suo dovere!  Questa pagina è curata da Giuseppe Varrasi e Maria Elena Lorenzetti, specialisti in Pediatria.  #dottorBeppe #iPediatri #SaluteBambini #Pediatria #Linfonodi #Prevenzione #GenitoriInformati

🧐 "Dottore, ho sentito delle palline sul collo del mio bambino!"
È una delle preoccupazioni più comuni tra i genitori: state accarezzando vostro figlio e, improvvisamente, sentite dei piccoli noduli mobili sotto la pelle. La paura corre subito a malattie gravi, ma lasciate che vi spieghi perché, nella stragrande maggioranza dei casi, quelle "palline" sono in realtà un ottimo segno.

Quelle palline sono i linfonodi. Pensateli come le "caserme" del nostro sistema immunitario. Sono i luoghi dove i linfociti (i nostri soldati) vengono addestrati a riconoscere e combattere microbi, virus e allergeni.

Perché si ingrossano?
I linfonodi lavorano "su commissione". Se il bambino ha un raffreddore, un mal di gola o una banale infiammazione, i linfonodi vicini (spesso quelli del collo) aumentano di volume perché sono in piena attività produttiva. Possono restare palpabili per una o due settimane e poi ridursi gradualmente.

Quando stare tranquilli?
Se compaiono in concomitanza con un episodio infettivo (influenza, stomatite, varicella).

Se sono mobili, di consistenza elastica e tendono a ridursi nel tempo.

Se il bambino è vivace e mangia regolarmente.

Quando approfondire?
Sebbene le forme maligne siano rare, esistono dei segnali che richiedono un controllo medico più approfondito:

Febbre persistente per oltre 10-15 giorni senza causa apparente.

Stanchezza eccessiva e pallore marcato (anemizzazione).

Sanguinamenti anomali o comparsa di lividi (carenza di piastrine).

Linfonodi che continuano a crescere senza mai sgonfiarsi per molte settimane.

In assenza di questi sintomi, ricordate: i linfonodi gonfi ci dicono che il corpo di vostro figlio sta imparando a difendersi. È il sistema immunitario che fa il suo dovere!

Questa pagina è curata da Giuseppe Varrasi e Maria Elena Lorenzetti, specialisti in Pediatria.

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Palline sul collo

iPediatri 13/03/2026 11:34

🐀 Antibiotico come il veleno per topi? Facciamo chiarezza
Sapevate che dare un antibiotico per un’influenza è un po’ come spruzzare veleno per topi sulle erbacce? Non serve a nulla e, anzi, rischia di fare danni.  Quando un bambino tra 1 e 7 anni ha febbre, mal di gola, tosse e catarro, 99 volte su 100 non siamo di fronte a un’infezione batterica, ma a un’infezione virale. Esistono eccezioni, come le tonsilliti da streptococco o alcune otiti e bronchiti, ma la stragrande maggioranza degli episodi febbrili in età prescolare e scolare è causata da virus.  🧪 Perché l'antibiotico non è la soluzione?
L’antibiotico è "programmato" per colpire i batteri (i nostri "topi"), non ha alcun effetto sui virus (le "erbacce"). Se lo somministriamo durante una forma virale, stiamo usando un'arma inutile che non sposta di un millimetro il decorso della malattia.  "Ma dottorBeppe, allora perché quando lo prendo guarisco?"
Semplicemente perché il nostro organismo è una macchina straordinaria: nel giro di pochi giorni riesce a sconfiggere i virus in autonomia. Se la guarigione avviene dopo aver preso l'antibiotico, spesso è solo una coincidenza temporale, non un merito del farmaco.  🛡️ Attenzione al "fuoco amico"
L’uso indiscriminato degli antibiotici non è innocuo. Questi farmaci non distinguono tra batteri "cattivi" e batteri "buoni": colpiscono duramente anche il nostro microbiota, ovvero quell'esercito di alleati che vive sulla nostra pelle, nelle mucose respiratorie e soprattutto nell'intestino.  Usare l'antibiotico per tutto e sempre significa fare "fuoco amico" contro le nostre difese naturali. Fidatevi del parere del vostro pediatra: la terapia deve basarsi sulla verifica delle reali condizioni, non sulla fretta di veder sparire la febbre.  #dottorBeppe #iPediatri #salutebambini #pediatria #antibiotici #genitoriconsapevoli #microbiota #influenza

🐀 Antibiotico come il veleno per topi? Facciamo chiarezza
Sapevate che dare un antibiotico per un’influenza è un po’ come spruzzare veleno per topi sulle erbacce? Non serve a nulla e, anzi, rischia di fare danni.

Quando un bambino tra 1 e 7 anni ha febbre, mal di gola, tosse e catarro, 99 volte su 100 non siamo di fronte a un’infezione batterica, ma a un’infezione virale. Esistono eccezioni, come le tonsilliti da streptococco o alcune otiti e bronchiti, ma la stragrande maggioranza degli episodi febbrili in età prescolare e scolare è causata da virus.

🧪 Perché l'antibiotico non è la soluzione?
L’antibiotico è "programmato" per colpire i batteri (i nostri "topi"), non ha alcun effetto sui virus (le "erbacce"). Se lo somministriamo durante una forma virale, stiamo usando un'arma inutile che non sposta di un millimetro il decorso della malattia.

"Ma dottorBeppe, allora perché quando lo prendo guarisco?"
Semplicemente perché il nostro organismo è una macchina straordinaria: nel giro di pochi giorni riesce a sconfiggere i virus in autonomia. Se la guarigione avviene dopo aver preso l'antibiotico, spesso è solo una coincidenza temporale, non un merito del farmaco.

🛡️ Attenzione al "fuoco amico"
L’uso indiscriminato degli antibiotici non è innocuo. Questi farmaci non distinguono tra batteri "cattivi" e batteri "buoni": colpiscono duramente anche il nostro microbiota, ovvero quell'esercito di alleati che vive sulla nostra pelle, nelle mucose respiratorie e soprattutto nell'intestino.

Usare l'antibiotico per tutto e sempre significa fare "fuoco amico" contro le nostre difese naturali. Fidatevi del parere del vostro pediatra: la terapia deve basarsi sulla verifica delle reali condizioni, non sulla fretta di veder sparire la febbre.

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Antibiotico uguale veleno per topi

iPediatri 10/03/2026 11:33

📱 Smartphone e Bambini: Non è un Gioco, è un Allarme.
Questa settimana, per il SAFER INTERNET DAY, l’intera comunità pediatrica si è unita per lanciare un segnale forte e chiaro: lo smartphone non è uno strumento adatto all'età pediatrica. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: il telefonino non insegna, non forma e non aiuta lo sviluppo dei nostri figli. Troppo spesso è solo un "metodo di controllo" per tenerli impegnati quando non abbiamo tempo o voglia di occuparci di loro.  Sentiamo spesso giustificazioni come: "Lo vuole perché ha talento" o "Guarda video educativi". La verità scientifica è diversa: l’unica vera fonte educativa per un bambino è la vostra parola, il vostro insegnamento e la vostra presenza.  🚫 Le Regole d’Oro
Siccome il mio obiettivo è aiutarvi a trovare soluzioni concrete, ecco alcune linee guida fondamentali:
Sotto i 6 anni: Vietato. Non dovremmo nemmeno parlarne prima dell’età scolare. È una concessione enorme, ma dobbiamo porre un limite netto.
Zone "No-Smartphone": Stabilite aree della casa dove il telefono non entra. In cucina a tavola e nelle camere da letto il digitale deve restare fuori.
Tempi di Studio e Gioco: Mentre si studia o si gioca all’aperto, lo smartphone non esiste.  💡 L’Esempio vale più di mille parole
Non possiamo pretendere che i nostri figli si stacchino dagli schermi se noi siamo i primi a consultarli mentre spingiamo il passeggino o durante i pasti. I bambini ci guardano e imparano dai nostri comportamenti, non dalle nostre critiche.  Siamo noi a disegnare il mondo in cui i nostri figli crescono: facciamo in modo che sia il migliore possibile, fatto di relazioni reali e non di pixel.  #dottorBeppe #iPediatri #SalutePediatrica #GenitoriConsapevoli #BambiniESmartphone #EducazioneDigitale #Pediatria

📱 Smartphone e Bambini: Non è un Gioco, è un Allarme.
Questa settimana, per il SAFER INTERNET DAY, l’intera comunità pediatrica si è unita per lanciare un segnale forte e chiaro: lo smartphone non è uno strumento adatto all'età pediatrica. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: il telefonino non insegna, non forma e non aiuta lo sviluppo dei nostri figli. Troppo spesso è solo un "metodo di controllo" per tenerli impegnati quando non abbiamo tempo o voglia di occuparci di loro.

Sentiamo spesso giustificazioni come: "Lo vuole perché ha talento" o "Guarda video educativi". La verità scientifica è diversa: l’unica vera fonte educativa per un bambino è la vostra parola, il vostro insegnamento e la vostra presenza.

🚫 Le Regole d’Oro
Siccome il mio obiettivo è aiutarvi a trovare soluzioni concrete, ecco alcune linee guida fondamentali:
Sotto i 6 anni: Vietato. Non dovremmo nemmeno parlarne prima dell’età scolare. È una concessione enorme, ma dobbiamo porre un limite netto.
Zone "No-Smartphone": Stabilite aree della casa dove il telefono non entra. In cucina a tavola e nelle camere da letto il digitale deve restare fuori.
Tempi di Studio e Gioco: Mentre si studia o si gioca all’aperto, lo smartphone non esiste.

💡 L’Esempio vale più di mille parole
Non possiamo pretendere che i nostri figli si stacchino dagli schermi se noi siamo i primi a consultarli mentre spingiamo il passeggino o durante i pasti. I bambini ci guardano e imparano dai nostri comportamenti, non dalle nostre critiche.

Siamo noi a disegnare il mondo in cui i nostri figli crescono: facciamo in modo che sia il migliore possibile, fatto di relazioni reali e non di pixel.

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Niente alibi, cerchiamo soluzioni

iPediatri 11/02/2026 15:37

Il mio bambino balbetta: dobbiamo preoccuparci?
È una delle ansie più comuni tra i genitori: all’improvviso, il vostro bambino di 3 o 4 anni inizia a inciampare sulle parole. Spesso la prima reazione è l’allarme, pensando a un disturbo emotivo o relazionale profondo. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la scienza ci dice altro.  In questa fascia d’età parliamo spesso di disfluenza infantile fisiologica. Non è una vera patologia, ma un fenomeno legato allo sviluppo: il cervello del bambino corre più veloce della sua capacità di articolare i suoni. La strutturazione grammaticale e il vocabolario crescono esponenzialmente, ma l'abilità fonatoria deve ancora "mettersi in pari".  💡 Cosa fare (e cosa NON fare)
Il ruolo di noi genitori è fondamentale per evitare che un fenomeno passeggero si trasformi in un problema cronico. Ecco alcuni consigli pratici:  Non correggetelo: Interromperlo per correggere o anticipare aumenta solo la sua frustrazione.  Evitate i "consigli" inutili: Dirgli "calmati", "rallenta" o "fai un respiro profondo" non aiuta. Al contrario, sottolinea che c'è qualcosa che non va, alimentando l'ansia da prestazione.  Non completate le frasi al posto suo: Lasciategli il tempo di finire, dimostrando che siete lì per ascoltare il contenuto di ciò che dice, non come lo dice.  Rallentate voi: Se volete che lui parli più piano, date l'esempio parlando voi stessi con un ritmo più calmo e disteso.  Nella maggior parte dei casi, con questo approccio, il fenomeno si risolve spontaneamente in circa 6 mesi. Se la disfluenza dovesse persistere oltre questo periodo, o in presenza di una forte familiarità, sarà opportuno procedere con una valutazione specialistica foniatrica o logopedica.  La disfluenza infantile spesso è solo il segno di una mente che viaggia a tutta velocità! 🚀  #dottorBeppe #iPediatri #SaluteBambini #Pediatria #Logopedia #GenitoriConsapevoli #SviluppoInfantile

Il mio bambino balbetta: dobbiamo preoccuparci?
È una delle ansie più comuni tra i genitori: all’improvviso, il vostro bambino di 3 o 4 anni inizia a inciampare sulle parole. Spesso la prima reazione è l’allarme, pensando a un disturbo emotivo o relazionale profondo. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la scienza ci dice altro.

In questa fascia d’età parliamo spesso di disfluenza infantile fisiologica. Non è una vera patologia, ma un fenomeno legato allo sviluppo: il cervello del bambino corre più veloce della sua capacità di articolare i suoni. La strutturazione grammaticale e il vocabolario crescono esponenzialmente, ma l'abilità fonatoria deve ancora "mettersi in pari".

💡 Cosa fare (e cosa NON fare)
Il ruolo di noi genitori è fondamentale per evitare che un fenomeno passeggero si trasformi in un problema cronico. Ecco alcuni consigli pratici:

Non correggetelo: Interromperlo per correggere o anticipare aumenta solo la sua frustrazione.

Evitate i "consigli" inutili: Dirgli "calmati", "rallenta" o "fai un respiro profondo" non aiuta. Al contrario, sottolinea che c'è qualcosa che non va, alimentando l'ansia da prestazione.

Non completate le frasi al posto suo: Lasciategli il tempo di finire, dimostrando che siete lì per ascoltare il contenuto di ciò che dice, non come lo dice.

Rallentate voi: Se volete che lui parli più piano, date l'esempio parlando voi stessi con un ritmo più calmo e disteso.

Nella maggior parte dei casi, con questo approccio, il fenomeno si risolve spontaneamente in circa 6 mesi. Se la disfluenza dovesse persistere oltre questo periodo, o in presenza di una forte familiarità, sarà opportuno procedere con una valutazione specialistica foniatrica o logopedica.

La disfluenza infantile spesso è solo il segno di una mente che viaggia a tutta velocità! 🚀

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Balbetta

iPediatri 09/02/2026 11:20

👶 Daremo al fratellino un nome scelto dal primogenito di 3 anni? Parliamone.
Una riflessione che va oltre l’anagrafe e tocca le radici dell’educazione e del ruolo genitoriale. Una coppia ha deciso di chiamare il secondogenito con un nome decisamente insolito (lo chiameremo per gioco "Vercingetorige"). La cosa che mi ha colpito non è stata la bizzarria del nome in sé — ognuno è libero di scegliere ciò che preferisce — ma il metodo: la scelta è stata delegata interamente al figlio maggiore, un bambino di soli tre anni e mezzo.  Delegare non è sempre un atto d'amore
Spesso, come genitori, pensiamo che assecondare ogni iniziativa dei nostri figli li renda più partecipi, felici o "liberi". In realtà, stiamo facendo l'esatto opposto: li stiamo iper-responsabilizzando.  Capacità decisionale: Un bambino di 3 o 4 anni non ha le strutture cognitive per comprendere le conseguenze a lungo termine di una scelta permanente. Vive di impulsi, suggestioni dei cartoni animati o dei video che vede.  Il valore del limite: Educare significa dare contorni, regole e perimetri sicuri. Vostro figlio non sceglie la prossima auto di famiglia o il fornitore dell'elettricità: perché lasciargli decidere l'identità che suo fratello porterà per tutta la vita?  Il rispetto per il nascituro: Anche il secondo figlio ha diritto a una scelta ponderata fatta dai propri genitori, non a un'etichetta nata da un gioco infantile che il fratello maggiore dimenticherà probabilmente dopo 30 secondi.  Il coraggio di dire "No"
Cedere su queste decisioni spesso nasconde la voglia di evitare un conflitto o un capriccio. Ma il nostro compito è affrontare quel contenzioso. È dire: "È un nome divertente, ma il nome di tuo fratello lo scegliamo noi".  Proteggete i vostri figli dalla responsabilità di scelte che non competono loro. La loro libertà cresce dentro i vostri "no" e le vostre guide sicure.  #dottorBeppe #iPediatri #GenitorialitàConsapevole #Educazione #Pediatria #ScelteGenitoriali #SviluppoInfantile

👶 Daremo al fratellino un nome scelto dal primogenito di 3 anni? Parliamone.
Una riflessione che va oltre l’anagrafe e tocca le radici dell’educazione e del ruolo genitoriale. Una coppia ha deciso di chiamare il secondogenito con un nome decisamente insolito (lo chiameremo per gioco "Vercingetorige"). La cosa che mi ha colpito non è stata la bizzarria del nome in sé — ognuno è libero di scegliere ciò che preferisce — ma il metodo: la scelta è stata delegata interamente al figlio maggiore, un bambino di soli tre anni e mezzo.

Delegare non è sempre un atto d'amore
Spesso, come genitori, pensiamo che assecondare ogni iniziativa dei nostri figli li renda più partecipi, felici o "liberi". In realtà, stiamo facendo l'esatto opposto: li stiamo iper-responsabilizzando.

Capacità decisionale: Un bambino di 3 o 4 anni non ha le strutture cognitive per comprendere le conseguenze a lungo termine di una scelta permanente. Vive di impulsi, suggestioni dei cartoni animati o dei video che vede.

Il valore del limite: Educare significa dare contorni, regole e perimetri sicuri. Vostro figlio non sceglie la prossima auto di famiglia o il fornitore dell'elettricità: perché lasciargli decidere l'identità che suo fratello porterà per tutta la vita?

Il rispetto per il nascituro: Anche il secondo figlio ha diritto a una scelta ponderata fatta dai propri genitori, non a un'etichetta nata da un gioco infantile che il fratello maggiore dimenticherà probabilmente dopo 30 secondi.

Il coraggio di dire "No"
Cedere su queste decisioni spesso nasconde la voglia di evitare un conflitto o un capriccio. Ma il nostro compito è affrontare quel contenzioso. È dire: "È un nome divertente, ma il nome di tuo fratello lo scegliamo noi".

Proteggete i vostri figli dalla responsabilità di scelte che non competono loro. La loro libertà cresce dentro i vostri "no" e le vostre guide sicure.

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Vercingetorige

iPediatri 07/02/2026 12:01

"Si fa presto a dire reflusso..." ma la malattia da reflusso gastroesofageo è tutta un'altra storia. 🩺👶  Facciamo chiarezza su uno dei temi che più vi spaventa. Ecco 3 concetti fondamentali che dovete stampare nella mente:  1️⃣ Il reflusso è spesso FISIOLOGICO. Tutti i lattanti sani hanno decine di risalite di materiale dallo stomaco ogni giorno. Se esce si chiama rigurgito, se non esce resta lì. Ma è normale! Fa parte della loro crescita.  2️⃣ Il pianto non è (sempre) reflusso. Nei primi mesi di vita i bambini piangono, anche tanto. Associare automaticamente quel pianto al bruciore di stomaco è un errore. Il pianto da solo non è una prova medica.  3️⃣ Serve la prova certa. Non basta dire "ha le cartilagini della laringe infiammate" o "ho dato il farmaco ed è passato". L'unico modo per diagnosticare davvero un reflusso acido patologico è un esame chiamato pH-impedenzometria. È un sondino che ci dice esattamente se e quanto acido risale.  ⚠️ Attenzione ai farmaci facili. Gli inibitori di pompa protonica sono farmaci seri, impegnativi e non privi di rischi. Non vanno usati "nel dubbio" o per fare un tentativo, ma solo se c'è una diagnosi documentata dal gastroenterologo.  Non navighiamo nel torbido: se non c'è acidità documentata, non c'è malattia. Proteggiamo i nostri bimbi da cure inutili. 💪  👇 A quanti di voi è stato detto che il neonato aveva il reflusso solo basandosi sul pianto? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti.  #pediatria #dottorbeppe #ipediatri #reflusso #reflussogastroesofageo #neonati #genitori #mammaepapà #salutebambini #falsimiti #divulgazionemedica

"Si fa presto a dire reflusso..." ma la malattia da reflusso gastroesofageo è tutta un'altra storia. 🩺👶

Facciamo chiarezza su uno dei temi che più vi spaventa. Ecco 3 concetti fondamentali che dovete stampare nella mente:

1️⃣ Il reflusso è spesso FISIOLOGICO. Tutti i lattanti sani hanno decine di risalite di materiale dallo stomaco ogni giorno. Se esce si chiama rigurgito, se non esce resta lì. Ma è normale! Fa parte della loro crescita.

2️⃣ Il pianto non è (sempre) reflusso. Nei primi mesi di vita i bambini piangono, anche tanto. Associare automaticamente quel pianto al bruciore di stomaco è un errore. Il pianto da solo non è una prova medica.

3️⃣ Serve la prova certa. Non basta dire "ha le cartilagini della laringe infiammate" o "ho dato il farmaco ed è passato". L'unico modo per diagnosticare davvero un reflusso acido patologico è un esame chiamato pH-impedenzometria. È un sondino che ci dice esattamente se e quanto acido risale.

⚠️ Attenzione ai farmaci facili. Gli inibitori di pompa protonica sono farmaci seri, impegnativi e non privi di rischi. Non vanno usati "nel dubbio" o per fare un tentativo, ma solo se c'è una diagnosi documentata dal gastroenterologo.

Non navighiamo nel torbido: se non c'è acidità documentata, non c'è malattia. Proteggiamo i nostri bimbi da cure inutili. 💪

👇 A quanti di voi è stato detto che il neonato aveva il reflusso solo basandosi sul pianto? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti.

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Si fa presto a dire reflusso

iPediatri 02/02/2026 11:33